Bentornati sul blog, amici! Dopo una lunga e rigenerante pausa estiva, riparto da una domanda che mi frulla in testa da un po': il lusso che vediamo continuamente per strada e sui social è il segno che siamo diventati tutti più ricchi, o, sotto sotto, c'è dell'altro?
Se ascoltiamo i telegiornali o le chiacchiere al bar, in Italia si lamentano tutti. E, siamo onesti, a giudicare dagli stipendi attuali rispetto al costo degli affitti e dei mutui — specialmente in grandi città come Roma o Milano — sbarcare il lunario deve essere un’impresa titanica. Eppure, se ci guardiamo intorno, la percezione è opposta: bar pieni, auto nuove, vacanze continue. Qual è la verità? Siamo diventati più ricchi o più poveri?
Analizziamo i fatti per mostrare come, alcune persone, riescano ad apparire più ricche di ciò che sono, e fatemi sapere se conoscete anche voi casi del genere.
1. Ricchezza a debito: l'illusione delle rate
Partiamo da un dato di fatto: oggi il debito è diventato una costante nella vita delle famiglie. Comprare a rate non è più l'eccezione, è la norma. Ci infilano finanziamenti sotto braccio per qualsiasi cosa: dall'auto (ormai diventata un bene di lusso al quale sempre più giovani stanno rinunciando) allo smartphone, fino ai pacchetti vacanze. Di recente ho letto una notizia che mi ha sinceramente inquietata: persino alcuni supermercati stanno introducendo la spesa a rate. Ragazzi, se siamo arrivati a questo punto, la situazione è seria. Pagare a rate significa, per definizione, acquistare qualcosa che non ci si può permettere oggi. E se quel "qualcosa" inizia a essere il cibo, stiamo messi davvero male.
2. La scelta più triste: sempre meno figli
È una realtà dura da digerire, ma evidente. Molte delle persone che conosco e che riescono a mantenere uno stile di vita di tutto rispetto hanno una caratteristica comune: non hanno figli, o ne hanno al massimo uno. La verità è spietata nella sua logica economica: dovendo tagliare una voce pesante dal budget mensile per far quadrare i conti, gli italiani — insieme a gran parte del mondo occidentale — hanno scelto di tagliare la voce "figli".
3. L'effetto ottico dei locali pieni
"Ma se c'è crisi, perché i ristoranti sono sempre pieni?". Questa frase, un tormentone in voga in Italia fin dal 2002, nasconde un'illusione ottica. I locali pieni (spesso concentrati nel fine settimana, durante le feste o in alta stagione) mostrano solo quella percentuale di popolazione che ha ancora capacità di spesa ed esce. Chi ha i soldi, oggi più che mai, tende a ostentarli. Chi invece è costretto a restare a casa a fare i conti della serva è semplicemente invisibile.
Dovrebbero iniziare a fare i Reels su chi il sabato sera rimane sul divano per non rischiare di saltare la rata della macchina o dell'affitto. Se lo facessero, scopriremmo che parliamo di milioni di persone.
4. La trappola dei social e il fantasma degli anni '90
I social network hanno sdoganato una narrazione del lusso che rende doloroso il divario tra la vita del ceto medio-operaio e quella dei super ricchi. Faccio un salto indietro nel tempo: negli anni '90, per come li ricordo io, si viveva in modo più modesto. Certo, l'apparenza contava anche allora, ma il confronto avveniva con il vicino di casa, che di solito condivideva la nostra stessa estrazione sociale, più o meno. L'operaio rosicava nei confronti del commercialista, l'impiegato nei confronti del medico di paese, ma si era ancora in una dimensione "di quartiere", diciamo.
Oggi basta sbloccare lo schermo per spiare le vite di miliardari, influencer, oligarchi e "rich kids" tra Dubai, Mosca e Los Angeles. Il problema è che poi dobbiamo staccare gli occhi dal display, e l'impatto con la realtà — fatta di palazzi fatiscenti degli anni '70 nella provincia italiana e monetine contate per arrivare a fine mese — ci fa sentire terribilmente tristi, inadeguati, soli e persino sfortunati. Non lo nego, molte volte, guardando le immagini di New York, Los Angeles, Mosca (prima della guerra) o Sydney mi sono chiesta per quale sfiga io sia nata in Italia. Eh sì, lo so che ci sono luoghi ben peggiori, ma nessuno li va a vedere.
5. Il grande inganno del "budgeting consolatorio"
Molti giovani oggi si trovano bloccati in un limbo: le tappe fondamentali dell'età adulta, come l'acquisto di una casa o di un'auto, sono diventate miraggi inarrivabili per molti. Per questo l'età media di chi vive con i genitori si alza sempre di più. Comprare una macchina di nuova generazione è ormai proibitivo per gli stipendi italiani, tanto che il leasing è diventato la norma. Addirittura, chi vive nelle grandi città sceglie di rinunciarvi del tutto, trasformando l'auto in un vero e proprio status symbol, esattamente come accadeva negli anni '40.
Ed è qui che scatta un meccanismo psicologico particolare. Tutta quella massa di persone invisibili, avendo rinunciato all'idea di poter risparmiare per i grandi obiettivi della vita, sposta il proprio budget verso spese frammentate e immediate. Sono i cosiddetti "consumi consolatori": l'aperitivo del venerdì, il sushi con gli amici, il piccolo ritocco estetico, lo shopping da fast fashion o il weekend low-cost. Piccoli lussi che offrono una gratificazione istantanea, visibile e instagrammabile, ma che nascondono la rinuncia a un futuro stabile. E che, soprattutto, alimentano la percezione distorta di lusso sfrenato.
Qualche numero per riflettere (perché i dati non mentono)
Eh già, sento spesso i miei genitori boomer ripetere che un lusso così diffuso in Italia non si era mai visto. Mi raccontano che alla nostra età avevano sì e no quattro paia di scarpe per tutto l'anno e che la prima automobile (usata!) è arrivata dopo anni di sacrifici. Ma allora, come si spiega questo cortocircuito? Lasciamo parlare le statistiche, perché i numeri non mentono mai.
Cosa dicono i dati reali? I dati, con buona pace dei boomer, disegnano un'Italia in cui le nascite continuano a crollare, mentre i debiti e i leasing volano alle stelle. E questa non è un'opinione, sono i dati reali dell'Istat.
Nel 2025 l'Italia ha registrato il suo minimo storico assoluto con appena 355.000 nascite. Capite la gravità? È quasi il 40% in meno rispetto al 2008. In pratica, le nascite si sono quasi dimezzate dall'inizio della grande crisi economica. Ma il dato che mi preoccupa ancora di più è un altro: l'esplosione delle rate e dei finanziamenti.
Il mercato del credito al consumo ha toccato il suo record storico assoluto, superando i 93 miliardi di euro di finanziamenti attivi. C'è un dettaglio psicologico che fa riflettere: mentre nel resto d'Europa si preferiscono rateizzazioni brevi (da 2 a 4 mesi), noi italiani scegliamo i dilazionamenti più lunghi possibili. Preferiamo spalmare la spesa su diversi anni pur di alleggerire il peso mensile sul conto corrente.
Per quanto mi riguarda, questo è un bruttissimo segnale d'allarme. Siamo passati dall'essere un Paese di formiche e grandi risparmiatori a una società che non può più permettersi nulla senza firmare una cambiale digitale. E questo, ovviamente, solo se si rientra nei fortunati che hanno ancora un lavoro.
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