Il grande inganno del femminismo nel 2026: perché il dibattito sul patriarcato mi ha alienata (La prospettiva di una donna con marito ex URSS)
Mentre in Italia il generale Vannacci e le influencer di sinistra continuano la loro infinita battaglia online sul patriarcato – l’uno sperando di ripristinarlo, le altre con il progetto di abbatterlo definitivamente – io mi sento sempre più alienata dai loro discorsi. Assistere a questo teatrino, per chi vive una realtà di coppia diversa, fa l'effetto di guardare un dibattito su un altro pianeta, il Pianeta delle Scimmie Patriarcali.
Oggi voglio condividere le mie impressioni sulla profonda differenza tra il patriarcato italiano (mediterraneo) e quello slavo dell'area ex URSS. Ma prima di addentrarci nel dibattito, è necessaria una premessa storica e personale.
La formula segreta dell'emancipazione femminile sovietica
La situazione della donna sovietica, il mito della sua emancipazione e i mezzi strutturali inventati dallo Stato Sovietico per conciliare maternità e lavoro sono stati tra i temi che più mi hanno affascinata durante i miei viaggi in Ucraina, quando, prima della guerra, ero lì anche per studiare da vicino come funzionava davvero l'Unione Sovietica, al di là di ciò che ci raccontavano in Italia.
La Repubblica Socialista Sovietica Ucraina aveva sviluppato una fitta e capillare rete di asili nido e scuole, aperti dalle 8 alle 12 ore al giorno, per permettere alle donne di lavorare senza dover rinunciare alla maternità. La "formula segreta" di questa emancipazione femminile di massa si basava sulla convergenza di pochi, ma efficacissimi fattori: scuole pubbliche gratuite con orari prolungati, posti di lavoro garantiti a tutti dallo Stato e congedi di maternità lunghissimi, fino ai tre anni di vita di ogni bambino. Una donna sovietica che avesse avuto 2 o 3 figli a distanza di 3 anni l'uno dall'altro poteva restare in congedo anche per quasi un decennio, senza perdere il posto di lavoro.
La vera singolarità del modello sovietico, tuttavia, sta in un dettaglio fondamentale: le donne dell'Est non hanno dovuto lottare per conquistare il diritto al lavoro. Il modello della "donna madre e lavoratrice" fu adottato direttamente come pilastro dell'ideologia di Stato e imposto a tutte le donne dall'alto. Le donne non hanno dovuto manifestare o fare la guerra agli uomini patriarcali per entrare nelle fabbriche, negli uffici e talvolta persino nei cantieri in massa.
Ed è proprio qui che la verità si rivela per quella che è.
Un'emancipazione meno bella di quanto raccontato a parole
Se si parla, oggi, con le donne ex sovietiche che hanno trascorso la vita in fabbrica, negli ospedali o nelle fattorie collettive, si scopre che spesso non sono affatto fanatiche del femminismo. Nei loro ricordi non c'è la gloria della liberazione, ma una vita fatta di stenti e corse continue.
Per la stragrande maggioranza di loro, la fine del turno in fabbrica non coincideva con il riposo, ma con l'inizio del secondo turno: quello domestico. Cucina, pulizie, cura dei figli e dei parenti. I lussi che una donna lavoratrice sovietica poteva permettersi erano scarsi: il consumismo non esisteva, i negozi erano perennemente a corto di prodotti, i ristoranti erano luoghi costosi accessibili solo a malavitosi o privilegiati del Partito, e i viaggi erano permessi solo entro i confini dell'URSS.
Il problema principale, tuttavia, era la pura e semplice fatica.
E qui sorge spontanea una domanda. Se le donne sovietiche crollavano sotto il peso della fatica pur avendo nidi gratuiti aperti 12 ore al giorno (comprensivi di sport, musica e teatro), cosa dovrebbero dire le donne che oggi si trovano a vivere nel capitalismo neoliberale italiano del 2026?
Oggi in Italia tutto è a pagamento, privatizzato e organizzato malissimo. I turni di lavoro non coincidono quasi mai con gli orari scolastici; i figli hanno bisogno di genitori-autisti che li accompagnino ovunque nel pomeriggio (a spese della famiglia, se non si vuole vederli crescere sul divano davanti alla TV); e i nonni, storico ammortizzatore sociale italiano, vanno in pensione sempre più tardi. E non è tutto: la scuola pubblica è stata smantellata. In molti centri minori non esistono doposcuola o mense. Le mamme devono cucinare ai figli qualcosa, che tornano alle 15, di mattino presto. Per questa formula hanno inventato il bellissimo nome di "tempo breve prolungato". Se fosse stato un "tempo pieno" avrebbero dovuto garantire la mensa, ma basta cambiare espressione per scaricare il problema alle famiglie.
Perché ho smesso di essere femminista, o meglio, ho cambiato il modo di esserlo
Il modello sociale promosso dalle femministe occidentali, in primis quelle nostrane, è estremamente rischioso per le donne. Nella realtà attuale, le espone a un destino quasi matematico di solitudine e burnout.
Ripeto: il burnout era ampiamente documentato tra le lavoratrici sovietiche, che pure disponevano di una rete di supporto statale impeccabile. Immaginiamoci il livello di stress psicofisico che distrugge una mamma lavoratrice italiana, costretta a navigare in un sistema disorganizzato, dove il lavoro manca sistematicamente e non è garantito da nessuno, la paura del licenziamento è sempre in agguato, nonostante il diritto al lavoro sia pomposamente menzionato all'Articolo 1 della nostra Costituzione.
Il modello alternativo: il diritto di fare una cosa sola, ma bene
Dopo queste considerazioni, sono giunta a una conclusione: si può essere dalla parte delle donne anche promuovendo un modello di vita molto più rilassato. Da questo punto di vista, trovo che il movimento tradwife – che emula il modello familiare degli anni '50 statunitense, in cui la donna sposata poteva scegliere di non lavorare perché la pressione del sostentamento economico ricadeva interamente sul marito – sia decisamente più allettante. Non serve per forza essere madri e lavoratrici contemporaneamente, finendo per fare male entrambe le cose. Si può benissimo sceglierne una sola, e farla bene.
Tornando al contesto italiano, il dibattito sui social è semplicemente ridicolo. Sarà che mi sono felicemente allontanata da quel grottesco sistema di controllo sociale tipico del patriarcato mediterraneo – dove l'uomo pretende di comandare e controllare la donna senza avere nemmeno la reale capacità di provvedere a lei – ma certe discussioni mi lasciano senza parole.
A onor del vero, nel ridicolo sistema italiano, anche le donne pretendono di essere emancipate senza esserlo davvero, perché la coperta è corta.
Comunque... Anche laddove si scelga un modello tradizionale in cui l'uomo mette i soldi e la donna bada alla casa, non significa affatto che lui comandi o che possa esercitare violenza economica e psicologica sulla consorte. Significa solo che il patto sociale tra i coniugi è tradizionale. E in questo patto, la parte economicamente più debole (la moglie) rimane comunque tutelata dal rispetto e, mi auguro, dalla legge.
Risposte rapide alle provocazioni social
Infine, c'è tutta quella schiera di domandine retoriche e provocatorie che leggo continuamente online. Tipo: "Allora anche l'uomo può fare il casalingo?", oppure "Le donne devono andare al fronte?", o ancora "Ma non dicevate che uomini e donne sono uguali?".
Ecco le mie risposte, nell'ordine:
1. L'uomo casalingo: Sì, Gianpirlo, in teoria un uomo può anche essere un "sottone" che vuole fare la donna. Resta da capire se, nella realtà dei fatti, esista una donna disposta a prenderselo. Perché – e passiamo alla terza domanda – uomini e donne non sono uguali. Sono eguali, cioè vanno trattati con la stessa dignità dinnanzi alla legge, ma non sono uguali di natura. Questa è pura ideologia. Siamo diversi e abbiamo istinti diversi. A molti uomini sani di mente va benissimo una donna che si occupa della casa e della famiglia. Ma a pochissime donne piace l'uomo debole e privo di iniziativa. Puoi cercare l'eccezione, certo, ma se poi resti solo e schifato da tutte le donne, evita di trasformarti nel solito incel arrabbiato con il mondo femminile.
2. Le donne al fronte: No, a mio avviso le donne non devono andare al fronte, specialmente se hanno avuto figli. La guerra è storicamente e biologicamente roba da uomini. Se volete farvi le guerre, fatevele tra di voi, ma lasciate noi donne fuori. La guerra non è roba da uomini? E allora perché le risse per strada o negli stadi le iniziano quasi sempre i maschi? Sarà mica colpa del testosterone? Certo, le eccezioni esistono anche qui e ben vengano le volontarie "cazzutissime" a chiacchiere sui social, ma la leva obbligatoria femminile è un controsenso naturale.
In conclusione
Ragazze, non fatevi fregare dal femminismo pop. Non sempre il femminismo è stato pensato per migliorarvi la vita.
Gli "-ismi", anzi, denotano sempre delle ideologie, e le ideologie servono quasi sempre alla casta al potere per autogiustificarsi e per trovar il modo di sfruttarvi meglio.
Le ideologie sono le impalcature del potere. E mentre tu litighi e divorzi da tuo marito per distruggere il patriarcato, facendo un favore alle multinazionali e alle casse dello Stato che possono sfruttarti meglio (due case da mantenere, doppie bollette, più tasse, più soldi allo Stato), loro ridono e ti pisciano in testa.
Alla prossima.
Ah, già che ci siamo, ridateci anche gli uomini vestiti bene. ;)



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